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    05 Ottobre 2012 – Salvatore Barrocu ha presentato il suo libro …”IL RINNEGATO”

    Questa sera alle 18,30, con il patrocinio della libreria Koinè di Porto Torres, presso il Museo del Mare, è stato presentato il libro di Salvatore Barrocu    “IL RINNEGATO”.

    Salvatore Barrocu e Benedetto Sechi

    Per Una imprevista indisponibilità di Rosario Musumeci il romanzo a sfondo storico è stato magistralmente introdotto da Benedetto Sechi, Grande Amico dell’Autore.

    Benedetto Sechi ha accettato ben volentieri di sostituire Musumeci, sopratutto dopo aver letto il romanzo che ha definito molto intrigante e affascinante alla luce del fatto che è stato scritto utilizzando l’incrocio di dati storici emersi da lunghe e laboriose ricerche che Salvatore Barrocu ha svolto in diversi Archivi Storici del Continente  con speciale riferimento alla Biblioteca Reale di Torino.

    L’interesse di Benedetto Sechi per questo romanzo è stato amplificato dal fatto che esso tratta un pezzo pressochè sconosciuto della lunga storia dell’Isola dell’Asinara nota, ai più, solo per essere stata Isola Carcere.

    Con grande rammarico l’Autore ha sottolineato che purtroppo se si vuole conoscere e studiare qualcosa della Storia della Sardegna bisogna recarsi fuori da essa.

    Molti dati si trovano nelle varie biblioteche e archivi nazionali del Continente ma altri sono addirittura all’estero, specialmente in Spagna e Francia.

    In Sardegna sono rimasti solo testi che, nella maggior parte dei casi, sono pressochè insignificanti in quanto, in genere, fanno riferimento, non a fatti e cronache ma, a meri dati contabili e/o a elenchi patrimoniali.

    Durante la ricerca negli archivi sono emerse anche tante altre notizie, pressoché sconosciute, sulla storia della Sardegna, delle quali forse Barracu scriverà in un suo prossimo libro.

    Interessante è stato il dibattito con i presenti dove l’autore ha sempre risposto con precisione alle numerose domande che gli sono state fatte e dal quale è emerso che a Porto Torres è ancora vivo il ricordo di Matteo perchè tramandato, di padre in figlio, attraverso una tradizione orale.

    Tuttavia, non avendo avuto fin’ora la possibilità di conoscere dei riscontri storici, sono ancora in molti a credere che la storia del bambino rapito all’Asinara dal Barbarossa non fosse altro che una leggenda.

    “IL RINNEGATO” (Davide Zedda Editore) narra appunto la storia vera di Matteo, un bambino Sardo che nel ‘500 viene rapito dai mori di Khayr al-Dīn (Mitilene 1466 circa   Istambul 1546), il potente Ammiraglio della Flotta Ottomana, a noi più noto come il Pirata Barbarossa, mentre pascolava le pecore nell’Isola dell’Asinara.

    Questo bambino, bello, fiero e coraggioso, diventerà tanto simpatico al Barbarossa che. non avendo figli propri. lo adotterà e lo farà istuire dai massimi maestri della Cultura  Araba dell’epoca.

    Matteo in seguito diventerà Hassan Aga (o Agha che significa “Ufficiale”) un personaggio molto importante nel mondo Arabo che arriverà a ricoprire la carica di reggente dell’Impero Ottomano.

    La sfortuna più grande che ti sarebbe potuta capitare, nascendo nel 1500, era quella di essere preso dai “Turchi”. Così, nonostante l’oppressione ottusa e spietata in cui vivevano i Sardi sotto il nuovo dominio Catalano, il rapimento di Matteo, bambino vivace e ribelle, sarebbe potuta sembrare una grande disgrazia.

    Invece, come per molti altri, la mano del nuovo padrone si mostra molto più benevola di quella di chi, illudendoti di essere libero, ti costringe alla fame e a un’umiliante servitù (cosa che si ripete ancora oggi).

    Matteo ebbe l’opportunità di riscattare la sua dignità, l’unica forse che gli potesse essere offerta, e venne accettata.

    Le capacità del “Rinnegato“, le opportunità che Solimano il Magnifico (Trebisonda 06/11/1494 † Szigetvàr  06/09/1566)  dava ai migliori tra i suoi sudditi, e la protezione del padre adottivo,  lo faranno diventare prima di tutto un uomo, poi il Signore del Mare e di un Regno esteso e potente.

    Tanto potente da piegare persino il grande Carlo V di Spagna.

    Dalla seconda metà del ‘500 fino alla prima del ‘700, un numero considerevole di cristiani si convertì, più o meno spontaneamente, alla religione islamica dando vita al fenomeno dei “Rinnegati”.

    Queste persone lasciavano il loro mondo, portando con sé spesso la loro abilità artigiana, militare e le conoscenze dell’occidente, per passare al nemico per definizione, il Turco, e vivere secondo le regole della società islamica del tempo.

    Il fenomeno è valutato nell’ordine delle centinaia di migliaia di individui.

    Ad Algeri alla fine del ‘500 vi erano 6000 Rinnegati, e ben 10.000 cinquant’anni dopo.

    A Tunisi nello stesso periodo si contavano tra i Rinnegati 4.000 uomini e 7.000 donne. Se un gran numero di loro erano schiavi che con la conversione attuavano una scelta sicura per migliorare il loro status e raggiungere la libertà, molti altri ancora passavano spontaneamente all’Islam, perché vi vedevano la speranza di una vita meno stentata e persino più libera.

    Infatti il flusso maggiore di cristiani verso l’oriente è sempre  coinciso con i periodi di crisi economica e di persecuzione religiosa dopo la Controriforma.

    La società islamica non riconosceva, inoltre all’epoca, l’aristocrazia per nascita, dunque era caratterizzata da maggiore mobilità sociale che permetteva ai migliori di emergere.

    La storia di Matteo è molto simile a quella di un’altro Beylerbey (che significa Emiro degli Emiri), rapito anch’egli molto giovane in Sardegna e portato ad AlgeriRamadan Pascià, alcune fonti riportano varie altre grafie del nome come Rabadan Pacha, Ramadan Baja, Cayto Ramadan Pascià, Ramadan Sardo.

    Hassan Aga ricroprì la carica di Beylerbey fra il 1534 e il 1543  mentre  Ramadan Pascià dal 1574 al 1577.

    Ma questa è un’altra storia ………..

    La VERA CHIMICA VERDE della quale non ci hanno mai parlato

    01 Febbraio 2012

    La Vera Chimica Verde della quale non ci hanno mai parlato
         BATTIAMOCI PER  AVERLA QUI A PORTO TORRES !

    Ultimamente per il rilancio del Polo Industriale di Porto Torres si è parlato molto di Chimica Verde. 

    La proposta è stata avanzata da Polimeri Europa (e quindi da ENI) che metterà in campo le proprie esperienze come capacità progettuali e commerciali nella realizzazione e gestione di grandi insediamenti industriali, che allo scopo ha costituito il, 13 Giugno 2011, una società con Novamont (società posseduta nella sua totalità da una Spa denominata MATER-BI Spa le cui azioni sono nella quasi totalità di banche italiane con in testa Intesa San Paolo e Unicredit che anno voluto portare dentro anche ENI che detiene il 20% di  azioni; partecipazioni marginali sarebbero di proprietà della Dr.ssa Catia Bastioti, tale assetto societario  confermerebbe le voci che volevano la Novamont sul punto di portare i libri contabili in tribunale ad inizio 2010, perché di fatto sarebbe commissariata dalle banche creditrici) che contribuirà alla joint venture fornendo le sue “innovative” (??) tecnologie per la produzione.                          

    La realizzazione, dei 7 impianti di “CHIMICA VERDE” (che in parte saranno costruiti usufruendo di contributi della Comunità Europea messi a disposizione anche dalla  Regione Sarda attraverso i finanziamenti per l’Area di Crisi di Porto Torres – leggi Tasse dei Cittadini Europei) per la produzione di monomeri biodegradabili, bio-plastiche, bio-librificanti, additivi per gomme ed elastomeri da fonti rinnovabili viene sostenuto con forza in quanto, con un investimento di 450 milioni di euro, si dovrebbe avere una ricaduta occupazionale pari a circa 790 posti di lavoro, “con un impatto ambientale sostenibile dal territorio” dicono i dirigenti di questa nuova società  che hanno chiamato MATRICA.

    Si sono fatti tanti incontri, dibattiti, tavole rotonde e conferenze di servizi per far digerire questa Chimica Verde prima alle Amministrazioni Pubbliche interessate, perché dovranno rilasciare le necessarie autorizzazioni per la costruzione e l’avviamento dei sette nuovi impianti, e poi alla cittadinanza.

    Ci hanno detto e ribadito in tutte le forme possibili ed immaginabili che il Polo Verde (??) di Porto Torres sarà uno dei più importanti del settore a livello mondiale, grazie al carattere innovativo delle produzioni, all’integrazione della catena produttiva e alle sue dimensioni, che a regime avranno una capacità complessiva installata di 350mila tonnellate all’anno di bioprodotto.

    Siamo quindi giunti ad una delle svolte epocali dell’industria di Porto Torres in cui tutti noi siamo chiamati a fare qualcosa per evitare il peggio. Questa svolta paragonabile forse solo a quella avvenuta nel 1959 quando, sicuramente con il medesimo ricatto della crisi occupazionale, sono state prese delle decisioni sbagliate i cui risultati disastrosi sulla salute e sull’ambiente oggi sono sotto gli occhi di tutti.                   

    In questo momento si stanno, a nostro parere, prendendo le stesse decisioni sbagliate in quanto le tecnologie che ci stanno proponendo, non rappresentano, forse volutamente,  il massimo delle conoscenze attuali ne per la salvaguardia dell’ambiente e ne per la salvaguardia della salute ma neanche per ciò che concerne l’economicità e la qualità della produzione.

    Esse si rifanno infatti, per la produzione del Mater-Bi (il Bio-Polimero di MATRICA che in tutte le sue varianti è alla base del ciclo produttivo delle Bio-Plastiche), ancora una volta, all’utilizzo del 50% di derivati del petrolio (Scarica la Carta d’identità del Sacchetto in Mater-Bi),  per la maggior parte sotto forma di caprolactone, per il resto viene utilizzata una innocua sostanza vegetale: la farina di mais (per ottenere un solo chilo di bio-polimero occorrono 4 chili di mais, ogni sacchetto per la spesa -shopper- contiene 7,5 grammi di mais e l’anno scorso in Italia ne abbiamo consumati 25 miliardi. Sono previste quasi 190mila tonnellate di tale alimento per fabbricare buste ogni anno. Una follia).

    Il tutto senza incentivare minimamente l’agricoltura locale, infatti a specifiche domande, nell’apposita riunione alla sala “Filippo Canu”,  i dirigenti di MATRICA hanno fatto intendere che per il mais hanno già i loro fornitori in continente , ma sicuramente anche all’estero nei paesi dove la manodopera e, quindi le materie prime, costano molto meno, come chiaramente esplicitato nel sito ufficiale della Novamont che afferma :”ottenute da fonti vegetali di origine internazionale” . Una Parte delle materie prime di origine vegetale verranno probabilmente fornite dalla Oro Verde Soc. Coop. Agricola per Azioni di Terni (con 600 soci agricoltori) che ha creato con NOVAMONT SpA una “Joint Venture” chiamata SINCRO. Tale Cooperativa probabilmente fornirà anche una parte della materia prima necessaria alla Bio-Raffineria (semi di girasole). A tal proposito i lavori per la Chimica Verde sono iniziati con il restauro e la ristrutturazione del “Pontile Secchi” che servirà appunto sopratutto allo sbarco di dette materie prime. Per essere coerenti e in sintonia con il progetto tutto in quella zona viene pitturato di verde.

    Per far si che la loro super-sovradimensionata centrale a biomasse (leggi inceneritore), la cui produzione di energia è super-incentivata dalle leggi attuali (in quanto l’energia prodotta è equiparata alle energie rinnovabili prodotte sia dai Pannelli Solari che dai Generatori Eolici, i cui incentivi quindi vanno a gravare sui costi delle nostre bollette elettriche), venga accettata dall’opinione pubblica, hanno detto che gli agricoltori locali faranno la loro parte producendo, nei terreni marginali e quindi non destinati ad altre colture di pregio, parte delle biomasse che serviranno per il suo funzionamento.

    Sempre a detta dei dirigenti di MATRICA, quale pianta servirà a questo specifico scopo è ancora in fase di studio,  tutte le piante candidate “devono essere ovviamente valutate alla luce di molteplici chiavi di lettura, in rapporto almeno a tre livelli di sostenibilità: (1) agronomico-produttivo, (2) ecologico-ambientale e (3) economico-organizzativo”.                       

    Al momento, comunque pare certo che per la sua capacità di crescere anche in terreni non irrigui la scelta sia ricaduta sul cardo (Cynara cardunculus L., le cui piantumazioni sperimentali sono già iniziate) i cui semi producono un olio che potrà essere utilizzato come materia  per la produzione del MATER-BI attraverso  la Bio-Raffineria similmente a come verrebbe trattato il petrolio tradizionale.

    Se questo avverrà, per le necessità, di questa cosiddetta “CHIMICA VERDE” verranno sottratti alle coltivazioni alimentari migliaia di ettari di terreno agricolo, facendo così volutamente alzare i prezzi, di molti alimenti come, ad esempio, del grano e quindi della pane e della pasta (come è recentemente avvenuto in America Latina a causa delle piantagioni destinate alla produzione di bio-carburanti).

    L’Italia dei Valori ha presentato a Sassari (??? ma non sarebbe stato più logico a Porto Torres) per mano di Isidoro Aiello, capogruppo dell’Idv nell’assemblea civica sassarese, un ordine del giorno sulla Chimica verde, che è approdato in Consiglio comunale nella seduta del 27/01/2012 dove sono espresse le perplessità soprattutto su tale centrale a biomasse da 40MWe che in base alla normativa italiana (art. 17 del decreto legislativo n. 387/2003, decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., decreto legislativo n. 28/2001), non conforme alla normativa europea e quindi sotto procedura di infrazione, assimila la parte non biodegradabile dei rifiuti solidi urbani alle biomasse per la combustionein impianti di produzione di energia elettrica, così a consentire oltre che l’accesso alle incentivazioni, di cui vi abbiamo già accennato, attraverso i meccanismi del CIP6 ed i certificati verdi, anche di bruciare legalmente rifiuti urbani. MATRICA ha logicamente sempre sostenuto che non lo farà. Ma cosa succederà nell’eventualità di una delle tante emergenze rifiuti? (ci vuole poco a portare i rifiuti al grado prescritto di umidità necessario affinché possano essere bruciati in questo specifico tipo di impianti).

    Marco Astorri

    Quello che ci stanno tenendo nascosto i Signori di MATRICA  (per favorire i  Signori del Petrolio  e quindi loro stessi – leggi ENI) è che ci sono altri modi molto più in sintonia con l’ambiente, che sono conosciuti fin dai primi del ‘900, per produrre plastiche biodegradabili. 

    Nello specifico, fu l’agronomo e microbiologo Francese  Maurice Lemoigne (Parigi 16/12/1883  ┼ Parigi 09/05/1967)  che per primo individuò uno di questi sistemi producendo nel 1925 del poli-β-idrossibutirrato (PHB) che non è altro che un poliidrossialcanoato (PHA), cioè un polimero appartenente alla classe dei poliesteri, utilizzando semplicemente dei comunissimi batteri ai quali venivano fatte elaborare delle masse vegetali.

    Queste tecnologie vennero in seguito oscurate in favore di quelle petrolifere. Esse infatti partendo da batteri naturali, e quindi non brevettabili e da scarti vegetali, oltre a permettere a “chiunque” di implementare il processo, avrebbero mantenuto troppo basso il prezzo delle plastiche, portando di conseguenza a bassi guadagni. 

    Su questo principio di chimica  naturale, un sistema moderno e all’avanguardia è stato perfezionato e poi brevettato,  dopo tre anni di ricerche, nel 2007, non da una multinazionale della chimica ma da due  persone “comuni”, nessuna delle quali laureata in chimica: Marco Astorri e Guy Cicognani.

    A seguito di ciò hanno costituito una piccola società, la Bio-ONhttp://www.bio-on.it/what.php ), completamente made in italy (si trova alle porte di Bologna, a Minerbio), con l’unico scopo di produrre soluzioni utili per la vita quotidiana, ma soprattutto completamente verdi ed ecologiche. Il risultato si chiama MINERV-PHA: si tratta di un polimero completamente biodegradabile in qualunque tipo di acqua (compresa quindi anche l’acqua di mare), ma sopratutto, cosa non meno importante, senza lasciare residui inquinanti.

    Con questa bioplastica è possibile produrre di tutto, dai sacchetti per la spesa alle bottiglie (quella delle bottiglie sembra una cosa assurda, in quanto una volta riempite di liquido dovrebbero degradarsi, ma non è così, in quanto con particolari processi si può allontanare a piacimento il tempo di degradazione), dall’abbigliamento alla componentistica per auto, dai bicchieri alle posate usa e getta, alle pellicole flessibili per la conservazione degli alimenti, dai contenitori per medicinali alle carte di credito, badge ticket ecc. ecc..

    Questo polimero che fa parte della “famiglia” dei Poliidrossialcanoati (PHA) è molto simile, per caratteristiche, al Polietilene (PET, plastica tipica, con cui vengono prodotti per esempio imballaggi e contenitori) che negli anni ’60 valse il premio Nobel per la chimica al nostro Giulio Natta (Porto Maurizio, 26 febbraio 1903 ┼ Bergamo, 2 maggio 1979) , con la differenza che per produrlo non occorre nemmeno una goccia di petrolio, ma semplicemente dei batteri che si trovano normalmente in natura (e quindi non geneticamente modificati e dunque più stabili e meno pericolosi) ai quali si fa mangiare del melasso, che non è altro che uno scarto della produzione dello zucchero, sia dalla barbabietola che dalla canna, e che quindi creerebbe problemi per essere smaltito. I batteri mangiando il melasso (ma possono andar bene anche altri scarti vegetali) producono direttamente al loro interno il polimero che loro considerano una riserva di energia (un po’ come il nostro grasso).  

    La plastica viene poi estratta dai batteri senza l’utilizzo di sostanze chimiche, ma per mezzo del solo vapore. I pochi scarti creati, costituiti dalle membrane cellulari dei batteri, vengono dati in pasto ai nuovi batteri assieme al melasso e il ciclo ricomincia da capo. Un processo semplice e collaudatissimo da milioni di anni, da quando cioè esistono questi tipi di batteri.

    UNA PLASTICA FATTA DALLA NATURA E BIODEGRADATA DALLA NATURA

    A differenza del petrolio e della farina di mais necessari per la produzione del MATER-BI, il melasso può essere recuperato quasi a costo zero essendo uno scarto prodotto a tonnellate dall’industria dello zucchero.
    Nel processo di lavorazione di MATRICA sono invece inoltre previste , solo nella prima parte del progetto, 672 tonnellate/anno di rifiuti pericolosi e 384 tonnellate/anno di rifiuti non pericolosi, che a regime dovrebbero per entrambe le categorie triplicare (vedi la valutazione di impatto ambientale del progetto).

    Ora ipotizziamo che i cittadini stiano buoni e zitti o, anche peggio, plaudano per l’avvento di questi 790 illusori posti di lavoro, e che si arrivi alla costruzione di questi nuovi impianti.

    Quanto tempo secondo voi resteranno in funzione? (sempre che partano e che non facciano la fine dei tanti altri impianti che sono stati demoliti senza mai entrare in funzione, come ad esempio, la grossa centrale elettrica recentemente demolita all’interno dell’area ENI.

    Marco Astorri è stato contattato già da molte ditte interessate alla produzione del Minerv -PHA, pensate cosa succederà se in una qualsiasi altra parte, come ad esempio in Sicilia (o all’estero) nascerà un impianto delle proporzioni di quello di MATRICA.

    Il Minerv-PHA, avendo un costo di approvvigionamento molto basso sia della materia prima che nello smaltimento dei rifiuti di lavorazione,  avrà un costo certamente irrisorio rispetto al MATER-BI di MATRICA (fabbricato appunto miscelando l’amido di mais quasi tutto OGM con polycaprolactone, un polimero di origine petrolifera, ottenuto dal caprolactone, un estere ciclico il cui unico produttore al mondo è l’Union Carbait, che ne detiene tutti i diritti e i brevetti) , che quindi sarà destinato ad essere inevitabilmente escluso dal mercato.

    Gli impianti della MATRICA, senza futuro, avranno così raggiunto l’unico scopo di rendere credibile la costruzione di un inceneritore da 40MWe e congiuntamente di aver reso possibile l’immediata chiusura degli impianti che per gli alti costi della manodopera erano diventati un grosso peso per ENI, con la promessa dei famosi 640 posti di lavoro, che se ci saranno, si avranno nella loro totalità solo alla fine dei sei anni previsti per portare a compimento il progetto.

    È necessario, quindi, far conoscere a tutti le opportunità di QUESTO FANTASTICO BIOPOLIMERO della Bio-on in modo che non si ripetano gli sbagli fatti in passato, ma si avvii con  MATRICA un dialogo collaborativo per richiedere la modifica del progetto originario portando alla sostituzione del  Mater-Bi con il più economico e più ecocompatibile Minerv-PHA in modo da ottenere un vero

    SVILUPPO ECOSOSTENIBILE di PORTO TORRES                             

    (dagli scarti vegetali che rappresentano un problema alla plastica biodegradabile senza produrre scarti)

    ATTENZIONE!!!!! Bisognerà vigilare affinché i soliti “NOTI” non acquistino tutti i brevetti di questo tipo di tecnologie (non per utilizzarli quanto prima, cosa che vivvamente auspichiamo)  per  oscurarli un’altra volta rendendoli indisponibili.

    Luigi Ruda
    Presidente dell’Associazione 

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    07 Gennaio 2012 – Pierluigi Montalbano presenta il suo ultimo libro “ANTICHI POPOLI DEL MEDITERRANEO”

    Questa sera alle 17.30, con il patrocinio della libreria Koinè di Porto Torres e dell’Associazione Sviluppo e Rinascita,  vi è stata la presentazione dell’ultimo libro di Pierluigi Montalbano

    “ANTICHI POPOLI DEL MEDITERRANEO”.

    montalbano alla Libreria Koinè

    Montalbano alla Libreria Koinè

    Presso la libreria Koinè, in C.so Vittorio Emanuele 25 il Professore Cagliaritano Pierluigi Montalbano, autore del libro “Antichi Popoli del Mediterraneo“, pubblicato da Capone Editore a Novembre 2011, ci ha esposto nel suo studio un’interessante panoramica delle civiltà che sin dal Neolitico si affacciavano sul mare Mediterraneo.

    Il mare, fin dall’alba dei tempi, rappresenta una risorsa vitale per l’umanità. Le più floride civiltà si svilupparono in prossimità dei porti naturali dove si potevano agevolmente riparare dal maltempo le imbarcazioni e laddove le risorse ittiche ampliavano la scelta dei prodotti commestibili e le foci dei grandi fiumi regalavano acqua dolce, terreni fertili e possibilità di trasporto su zattere.                

    Tra i vari focus su cui si concentra l’opera, uno molto significativo é la scomparsa della civiltà Minoica, senza rivali nelle attività marinare, e che scomparve probabilmente ad opera di una catastrofe naturale.

    La parte più interessante del libro, per noi Sardi, si trova verso la fine. Esso infatti si chiude con un approfondimento di una delle più antiche e misteriose civiltà mediterranee, quella Nuragica, con una minuziosa descrizione della sua riscoperta attività marinara, alla luce anche delle ultime scoperte archeologiche.

    Ad introdurre l’autore è stato Luigi Ruda, animatore dell’Associazione “Sviluppo e Rinascita”.

    La presentazione del libro è stata arricchita dalla proiezione di immagini inedite realizzate al British Museum di Londra e al Museo di Ankara, in Turchia.

    Ha concluso la serata un’interessante dibattito con i presenti che hanno posto numerose domande all’autore che ha sempre risposto con un linguaggio semplice e accessibile a tutti.

    Pierluigi Montalbano ha fatto della Storia una ragione di vita.  È docente di preistoria e protostoria nei corsi regionali per il rilascio del patentino di guida turistica, edi storia in alcuni istituti sardi. È stato relatore in ambito storico-archeologico in numerosi convegni in Italia e all’estero ed è coordinatore di importanti rassegne espositive sul Mediterraneo Arcaico.

    Collabora con una equipe internazionale su temi riguardanti la navigazione antica, i relitti sommersi del bronzo e del ferro e i commerci fra oriente e occidente mediterraneo. È specialista nell’ambito della metallurgia del rame e del bronzo, dalla produzione ai processi di lavorazione per ottenere i prodotti finiti.

    Dirige il quotidiano on-line di storia e archeologia, organizza conferenze sulla storia della Sardegna e progetta laboratori didattici dedicati all’archeologia. È curatore per il 5° anno consecutivo della rassegna culturale “Viaggio nella Storia”, realizzata in collaborazione con i docenti della Università di Lettere e Filosofia di Cagliari.

    È autore di oltre novanta articoli a carattere scientifico, tra i quali quattro libri:

      Le navicelle bronzee nuragiche – 2007                                                                                                                                                            –  Dal Neolitico alla civiltà nuragica – 2008                                                                                                                                                        –  Sherden, Signori del mare e del metallo – 2009                                                                                                                                           –  Antichi Popoli del Mediterraneo – 2011

    Manifesto dell'Incontro

     

    21 Settembre 2011, Sala Filippo Canu: Incontro organizzato dalla Regione Sardegna per discutere il Piano di Impatto Ambientale inerente ai nuovi impianti sulla Chimica Verde

    IN COSTRUZIONE

    07 Agosto 2011 Proiezione e Dibattito nella Sala Filippo Canu del Documentario Inchiesta di Massimiliano Mazzotta “OIL”(2° tempo)

    Questa sera, organizzato dal gruppo IRS di Porto Torres, nella Sala Filippo Canu, si è svolto un incontro dove è stato proiettato esuccessivamente commentato il nuovo

    sotgiu, mazzotta e coronia

    Michele Sotgiu, Massimiliano Mazzotta e Antonio Coronia

    film inchiesta “OIL secondo tempo” alla presenza del suo Regista Massimiliano Mazzotta e dell’autore del libro “L’oro nero dei Moratti” Antonio Caronia.

    L’incontro è stato moderato da Michele Sotgiu dell’IRS di Porto Torres.

    Dopo la tappa di Porto Torres il “Sardigna OIL Tour 2011” che è già stato a Sassari (30 luglio), Arborea (1 agosto), Cagliari (2 agosto), Monserrato (3 agosto), Osilo (4 agosto), Alghero (5 agosto), toccherà anche Putifigari    (7 agosto).

    Il poco coraggio dei Politici Locali nel contrastare le lobby di potere (sempre più intrecciate con la politica (al punto che ormai molti politici ai massimi livelli sono anche esponenti di queste lobby) è stato ancora una volta confermato dal fatto che tutti anno disertato l’incontro, anche perché in questo caso è stato organizzato da un partito fuori dal coro.

    Interessanti gli interventi della Dottoressa Paola Correddu e di Giancarlo Pinna, entrambi del Comitato Lavoro e Salute Onlus.

    Un piccolo appunto sulla parte dell’intervento di Giancarlo Pinna che in relazione agli impianti della “Chimica Verde” che saranno costruiti a Porto Torres si rammarica del fatto che ancora una volta non vi è stata una possibilità diretta di scelta da parte della popolazione, ma vi è stato semplicemente un accordo fra le parti sociali. Secondo lui si sarebbe dovuto fare un referendum consultivo.

    Noi ci chiediamo che valore avrebbe potuto avere una consultazione referendaria con le attuali condizioni di disoccupazione e quindi di povertà e disperazione a cui sono stati VOLUTAMENTE portati molti cittadini di Porto Torres (e non solo) dall’attuale crisi economica.

    In tali condizioni non si ha praticamente nessuna possibilità di contrattazione e di scelta. Davanti alla famosa domanda “Prendere o Lasciarare?” tutti (tranne forse i dipendenti pubblici e poche altre categorie che vivono di altro, avrebbero certamente risposto “Prendere!”.

    massimiliano mazzotta con antonio coronia

    Antonio Coronia con Massimiliano Mazzotta

    Il DVD che è uscito in libreria a tre anni di distanza dall’uscita di “Oil”, il documentario di” Massimiliano Mazzotta sulla raffineria Saras (gruppo ENI) sita nel Comune di Sarroch, paese di 5200 abitanti che si affaccia sul golfo di Cagliari, a pochi chilometri di distanza dal capoluogo isolano, che suscitò la durissima reazione della famiglia Moratti, proprietaria dell’azienda, che tentò e tenta tuttora di ostacolarne la diffusione con ogni mezzo.

    Tale raffineria, la più grande del Mediterraneo, sorta nei primi anni 60 del secolo scorso nell’ambito del Piano di Rinascita della Sardegna, le cui azioni sono per la maggior parte appunto di proprietà della famiglia milanese Moratti, aveva, in origine, un’estensione di 180 ettari, che col tempo si sono moltiplicati sino ad assorbire, con oltre 800 ettari di stabilimenti vari, la quasi totalità del territorio comunale di Sarroch.

    Fino a pochi anni fa la raffineria era autorizzata ad emettere sino a 14.000 tonnellate di emissioni l’anno, poi ridotte alla metà.

    Tra tali emissioni vi sono il benzene e l’idrogeno solforato, entrambi altamente cancerogeni, oltre che estremamente tossici.

    Praticamente gli abitanti del paese vivono in simbiosi col polo petrolchimico, coi suoi rumori, coi suoi miasmi, coi suoi veleni; tra le case e le ciminiere vi sono non chilometri ma, in certi casi, poche centinaia di metri. Forse per questo il dottor Annibale Biggeri, intervistato nel film, ha riscontrato tra i bambini del posto una modificazione a livello di DNA, qualcosa che spaventa solo a pensarci.

    Inutile dire che l’impatto ambientale di tale impianto si è rivelato col tempo devastante per le persone e l’ecosistema. Le patologie tumorali e le affezioni croniche dell’apparato respiratorio sono altissime rispetto alla media nazionale. Le viscere degli agnelli hanno odore di petrolio, e così i pesci della zona, fin quando li pescavano.

    Da notare che, negli anni si è assistito non già ad un passaggio ad uno sviluppo piu’ rispettoso dell’ambiente, ma ad un ampliamento delle attivita’ di raffinazione petrolifera.

    Del resto lo scempio ambientale e le vittime del cancro non sono mai state oggetto di inchieste da parte dei media locali, che si dedicano invece a sponsorizzare le grandi opere dei loro editori, disinteressandosi completamente della consapevolezza dei cittadini.

    Sotto questo aspetto la vergognosa disinformazione dei mainstream isolani (giornali e tv) è veramente scandalosa e indegna di un paese minimamente civile.
    Anche grazie a tale disinformazione la cittadinanza crede che la raffineria esista quasi per diritto divino, che così debba essere nei secoli a venire e che i morti siano il prezzo da pagare, una specie di moderno sacrificio umano, mentre a Milano i padroni del vapore contano i miliardi.

    Nel 2000, tra gli altri, entra in funzione l’impianto IGCC della SARLUX, che smaltisce le scorie della stessa Saras, scorie altamente tossiche e di difficile smaltimento (il cosiddetto filtercake) ma che, per il nostro stato criminogeno sono considerate (unico caso in Europa) “fonti rinnovabili” e quindi vengono usate per produrre energia elettrica, sovvenzionata dallo stato con la truffa dei CIP6, gli stessi incentivi usati per assimilare gli inceneritori alle “fonti rinnovabili” e vendere l’energia elettrica prodotta in modo altamente inquinante (nanopolveri) al triplo del prezzo di mercato.

    Il film del giovane regista di Lecce prende le mosse, quasi casualmente, da una sua vacanza nella zona risalente all’estate del 2007 e che lo condurrà a tornare diverse volte nel paese adiacente alla raffineria per sviluppare una vera e propria inchiesta sugli effetti dello stabilimento sulla salute della popolazione, sulla base di interviste dirette, testimonianze, nomi e cifre.

    Il documentario inizia con una breve prospettiva storica mostrando la trasformazione della zona, da prevalentemente agropastorale con forte disoccupazione a tipicamente industriale, con circa la metà degli abitanti di Sarroch impiegati in raffineria e un aumento del benessere economico diffuso.

    E subito iniziano le interviste, vera colonna portante di questo bellissimo esempio di cine-giornalismo. Purtroppio il miraggio del facile benessere economico basato sulla raffineria si rivela, per i lavoratori, piuttosto effimero, perché si può pagare con la vita.

    Inizia a parlare un pescatore, con immagini che risalgono ai primi anni 70, che ci parla di “spigola al diesel“, con riferimento all’odore che ha talvolta il suo pescato.

    Inizia a parlare un pescatore, con immagini che risalgono ai primi anni 70, che ci parla di “spigola al diesel“, con riferimento all’odore che ha talvolta il suo pescato.
    Parlano poi Ignazio Piras (sicurezza sul lavoro Saras) per rassicurare sulle condizioni di lavoro, nonché Giorgio Zonza (responsabile comunicazione Saras) il quale, sfoderando un campionario di propaganda paradigmatico, ci parla di “progresso” e di “crescita” e, senza minimamente accennare alle vittime e ai veleni, ci illustra il gabbiano Gabì, usato come testimonial della raffineria nelle scuole elementari, per abituare sin dalla più tenera età gli abitanti di Sarroch a rispettare e ad amare quel mostro mefitico che avrà ucciso i loro genitori e forse un giorno ucciderà anche loro.
    Bisogna amare i propri carnefici. Siamo oltre Orwell, ma proseguiamo.
    C’e’ Skizzo, il giovanissimo artista di strada coi dredlocks che ci dà un saggio delle sue capacità e fa filtrare un raggio di sole in un film che, comunque, è sempre basato su un tipo di comunicazione cruda e realistica, con forti rumori di fondo, a volte disturbanti, testimoni con la voce camuffata e un effetto contrasto, leit motiv di tutto il film, tra la retorica mendace del potere e la verità raccontata e mostrata dalle vittime.
    Ci sono i ridicoli controlli medici sugli operai, effettuati con roulottes e medici itineranti sul libro paga dell’azienda avvelenatrice.
    A chi chiede di essere visitato in normali ospedale l’azienda risponde che non è possibile, a causa…. degli “alti costi“. Ogni commento è superfluo.
    Viene poi ripresa, in conferenza, Claudia Zuncheddu, medico e consigliere regionale, che smaschea gli escamotage aziendali finalizzati a vanificare gli esami medici che potrebbero evidenziare le responsabilità della raffineria e i suoi gravissimi danni sulla salute: (“si dovrebbe espettorare catarro (proveniente dai bronchi), per avere dati veritieri, ma l’azienda ci diceva di sputare come campione della semplice saliva…” racconta un operaio).
    Poi parla un un vecchio del luogo che sullo sfondo dell’onnipresente raffineria dice: “i soldi vanno a Milano;.
    Arriviamo all’8 marzo 2008; mentre Massimo Moratti festeggia a San Siro la squadra di calcio di famiglia, duettando al microfono con Celentano, mentre in Sardegna, in una palestra di Sarroch, un gruppo di persone rendono omaggio all’ultima vittima del petrolkiller.
    Parla Barbara Romanino, i cui nonni sarrochesi sono tutti morti di cancro, dopo essere stati spossessati delle loro terre e indennizzati da “sa rovineria” con 340 lire al metro quadro; la Romanino, al microfono, indica chiaramente le responsabilità del petrolchimico e chiama in causa anche i politici locali, nel migliore dei casi indifferenti, quando non collusi o corrotti e comunque inadeguati a salvaguardare la popolazione decimata da un ecomostro insaziabile.
    L’ex governatore della Sardegna Renato Soru, che concede un’intervista al regista (cosa che non faranno i vertici di POLIMERI EUROPA, società partecipata nel business petrolifero sarrochese), ribadisce la sua contrarietà ad assimilare alle energie rinnovabili gli scarti di lavorazione del petrolio, evidentemente altamente inquinanti. Non solo l’ex governatore stigmatizza la surrettizia pratica dei CIP6 in tale velenoso contesto, ma ricorda di essere stato l’unico politico a non aver partecipato ai rituali eventi aziendali organizzati dalla Saras.
    Nel film è evidenziato l’attivismo di base e la sua importanza quando la politica abdica completamente al suo ruolo.
    Arianoa è un’associazione sarrochese che raggruppa, ad oggi, un centinaio di persone tra lavoratori ed abitanti, che avanzano richieste all’azienda, oltre a stimolare il dibattito e la presa di coscienza della cittadinanza. La principale richiesta è la sicurezza e il diritto a vivere in un ambiente monitorato e possibilmente salubre. Non vogliono che la Saras se ne vada, ma vorrebbero che si cominci ad ascoltare la loro voce e prendere provvedimenti concreti.
    Inutile dire che ne il comune ne tantomeno l’azienda li considerano interlocutori.
    Il comune di Sarroch non ha voluto concedere un qualsiasi spazio pubblico per la proiezione del film, l’unica proiezione è avvenuta in un bar, e l’azienda stessa, nei suoi comunicati interni (lo affermano testimoni nel dibattito post-film), ha fortemente criticato l’opera del regista pugliese.
    Tornando ad Arianoa, nel film parleranno Beatrice Tiddia, vedova del marito morto a 48 anni, di cui trenta in raffineria, e Igor Melis, un fondatore dell’associazione stessa.
    Lo scienziato fiorentino Annibale Biggeri, intervistato, ribadisce lo stravolgimento ambientale e i rischi sanitari derivanti da un polo petrolchimico così pericolosamente vicino ad un centro abitato, nonché i già accennati danni al DNA infantile dei bambini sarrochesi.
    Con riferimento allo scempio ambientale nel film incontriamo anche Vincenzo Tiana, responsabile Legambiente Sardegna e Luca Pinna, suo omologo del WWF regionale; entrambi sottolineeranno l’incongruenza, per non dire l’assurdità, della presenza devastante di una raffineria in una zona di altissimo pregio naturalistico quasi unica in Europa, con zone umide, dune, aironi e fenicotteri.
    Patrizia ci racconta del suo compagno sarrochese, Gigi Vaccargiu, morto di cancro appena 31enne il 19 agosto 2007. Si tratta di una testimonianza tanto sobria quanto drammatica, veramente difficile da dimenticare.
    Ma la catena di testimonianze su veleno, soldi e morti (l’ultimo operaio è morto il 13 aprile 2011), che grava su tutta la pellicola e che sembra un pallone che stia per scoppiare, trova il suo contraltare nella suprema ipocrisia delle parole che chiudono il film, quelle di Gianmarco Moratti, gran patron della raffineria, ripreso mentre parla di fronte ai suoi dipendenti: “la nostra famiglia è la Saras“. Un pugno in faccia farebbe meno male.
    Inutile dire che il film è stato ignorato, per non dire censurato, da tutti i mainstream nazionali; qualche testata locale gli ha dedicato una mezza paginetta, ma senza approfondimenti, senza contesto, senza seguito. Nel DVD vi sono tante rivelazioni molto interressanti per le quali vale certamente la pena di vedere il film che invece è stato rifiutato persino da eventi (pseudo) culturali come Torino film festival 2008 e Festival Cinema Giovani 2008. Non parliamo della distribuzione nelle sale, non parliamone perché, semplicemente, non avremmo di che parlare.
    Dobbiamo ringraziare il docente milanese di comunicazione Antonio Caronia che, conosciuto il giovane regista quasi per caso, si è poi adoperato per aiutarlo nella divulgazione.

    Trailer del Film OIL

     

    copertina dvd oil 2° tempo

    Copertina del DVD OIL

     

    (alcune parti sono liberamente tratte da Agoravox.it)